Viralità e bufale: sia Renzi che Casaleggio hanno torto

 

Pubblicato su “Il Liberale*” nel giugno 2016

Dalla “Direzione Pd” di ieri oltre all’intervento di Cuperlo – utile solo a mescolare la minestra della “minoranzadem” – le frasi che hanno lasciato il segno, quelle che hanno fatto ‘discutere’ opinion leader e influecer vari, sono state due: la battuta di Enzo De Luca sulla Raggi («Bambolina imbambolata») e la citazione che Matteo Renzi ha fatto riprendendo alcune parole di Casaleggio sul rapporto che c’è tra la viralità di una notizia e la sua credibilità.

In realtà, nel suo intervento, non ha proprio riportato le frasi del cofondatore del primo partito d’Italia ma ne ha fatto un sunto un po’ troppo personalistico. D’altra parte è la sua specialità. Il premier – segretario ha sostanzialmente attribuito questa frase al fraterno amico di Beppe Grillo: «Ciò che è virale è vero». E su queste parole ha montato una sorta di allarmismo nei riguardi di quelle persone che non leggono regolarmente i giornali e seguono con poca attenzione la cosa pubblica: «Io, quando la lessi, dissi: ‘Che follia è questa!’. Non compresi allora il valore terribile di quelle parole: se prendi una cosa e inizi a ripeterla tutti insieme, diventa vero per una parte delle persone che seguono magari in maniera superficiale la politica». Praticamente ciò succede col TG1 da una vita.

Ironia a parte: il fatto che le bufale virali possano alterare la realtà dell’informazione non è più un rischio ma una triste e pericolosa concretezza che il grillissmo – e non il Movimento Cinque Stelle in sé – ha contribuito e contribuisce a foraggiare. Non solo: le bufale esistono dalla notte dei tempi e hanno attraversato tutte le rivoluzioni: campeggiano da sempre sui giornali, passano dalle radio e soggiornano comodamente nelle televisioni. La rete le ha rese soltanto tangibili.

C’è un altro però ancora più importante: il povero Casaleggio non ha mai pronunciato quella frase. In un’intervista rilasciata due anni fa a Marco Travaglio ha semplicemente provato a spiegare a modo suo il rapporto che c’è in rete tra viralità e bufale, dunque tra credibilità e portata di una notizia. Quella di Renzi è una ricaduta**. Già nel 2014 travisò con le stesse parole il Casaleggio – pensiero nello studio della Gruber, quando l’ex responsabile della comunicazione web di Di Pietro, a differenza di oggi, era ancora in vita.

Ma cosa ha davvero detto Casaleggio? E perché non ha ragione nemmeno lui? La frase testuale è questa: «Nel tempo un messaggio in rete perde la sua viralità se è falso». Errato. E la conferma arriva proprio in queste settimane dalla rete, con facebook invaso da assurdi messaggi copiati e incollati che fanno riferimento all’improbabile volontà di Zuckerberg di voler rendere pubblici messaggi, foto e chi più ne più ne metta di tutti gli utenti. Si tratta di un messaggio – bufala che gira da anni ormai ma che ha comunque coinvolto – per l’ennesima volta – l’intero web, senza fare distinzioni di età e ceto sociale: dal quarantenne con la terza media, al ventenne universitario fino al professionista super qualificato. Professori, avvocati, medici, studenti, casalinghe: tutti hanno abboccato nonostante il messaggio virale in questione sia stato smentito più volte negli anni. E questo è solo un esempio delle tante bufale che, ciclicamente, ritornano in voga alimentando populismi e disinformazione.

Ciò che di vero c’è nelle parole di Gianroberto Casaleggio è sostanzialmente la velocità con la quale è possibile smentire una bufala in rete rispetto alla televisione. In rete ne girano sì tantissime ma chiunque può smentirle (proliferano i debunker) ad esempio commentando. In tv è un po’ più complicato: passano le ore, i giorni ed è possibile che chi ha sentito quella notizia – poi dimostratasi falsa – non guardi la successiva smentita. Ed è solo un esempio.

Ad ogni modo, sia Renzi che la buonanima di Casaleggio hanno torto: il primo ha volutamente e ripetutamente distorto un concetto, vuoi anche per sopperire alle fatiche torinesi e romane (non a caso ha citato come esempio una bufala che gira in merito ai risparmi miliardari che Appendino avrebbe portato in una sola settimana dall’insediamento); mentre il secondo non ha fatto i conti con la potenza della viralità e, soprattutto, con la superficialità della gente che oggi abita la rete, vuoi anche perché è l’elettorato che tiene maggiormente in vita l’ormai ex partito del vaffa. Ed è proprio su questo, sulla vulnerabilità delle persone (tutte: dallo studente universitario al semplice utente con la terza media) che la politica dovrebbe interrogarsi per capire come sia possibile che una persona dotata delle basilari conoscenze scolastiche non sappia distinguere una panzana pazzesca da una notizia vera o verosimile, e cercare di porre rimedio attraverso strade che non prevedano la criminalizzazione delle notizie in rete (il disfattista non è una testata registrata eppure non veicola bufale). Ma è chiedere troppo a gente che naviga a vista e non ha la più pallida idea di ciò che si celi dietro la proliferazione in rete delle cosiddette fake news: tanta (in)sofferenza e tanti soldi.

di Antonio Belluomo Anello
il disfattista

*Il Liberale è stato un blog a cura di Eugenio Cipolla

**Nel luglio scorso Renzi ha riportato la stessa versione alterata delle parole di Casaleggio nel suo ultimo libro “Avanti!”

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